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Smart City, una risposta strutturata per l’emergenza e oltre

8 giugno 2020
Una riflessione di Giuliano Dall’O’, autorevole commentatore sul tema della sostenibilità e dell’innovazione, sugli impatti del Coronavirus sulle nostre abitudini e sulla trasformazione in atto delle nostre città.
Editoriale
di Giuliano Dall’O’


In una mia pubblicazione di qualche anno fa esprimevo in questo modo il concetto di Smart City: “ … lo spazio fisico delle città è uno spazio che a noi è ben noto, fatto di edifici, di strade, di piazze, di infrastrutture che si vedono e si possono toccare. Nella Smart City allo spazio fisico si sovrappone uno spazio virtuale, quello della città digitale che non si vede ma c’è. Possiamo immaginare due strati sovrapposti che tra loro comunicano. Lo spazio digitale non si vede però esiste e come tale può essere costruito”.
Nel concetto della città digitale William J. Mitchell dell’MIT Media Lab, nel suo volume City of Bits. Space, Place and the Infobahn affrontava con grande chiarezza il tema complesso e avvincente delle nuove tipologie costruttive “online”. Quasi a dare concretezza ad uno spazio che la concretezza fisica che siamo abituati a percepire con i nostri sensi non ha, Mitchell nel suo volume tratta lo spazio digitale usando la stessa terminologia, sostenendo che l’architettura dello spazio digitale è una nuova frontiera anche professionale: uno spazio che è possibile e necessario ideare ed edificare in modo appropriato, ricorrendo alle competenze di architetti informati dell’esistenza e consapevoli dell’importanza dei nuovi “luoghi”, nonché specificamente preparati all’affascinante impresa di costruire le città dei bit. Collegarsi, interfaccia, World Wide Web, @home sono solo alcuni dei termini che l’architetto “virtuale” si trova ad affrontare. Non a caso i tecnici e gli esperti delle tecnologie digitali parlano proprio di architetture, di spazi che devono essere concepiti come una naturale ed indispensabile estensione della città intelligente.
La sovrapposizione di queste due città, quella reale e quella digitale, in fondo ci ha sempre tranquillizzato. Anche se negli anni ci siamo sempre più proiettati nella città digitale, passando proprio in questa dimensione un tempo sempre maggiore della nostra quotidianità, rimanevamo comunque sereni perché la citta reale era lì, alla nostra portata, sempre disponibile. Anzi paradossalmente era proprio questa certezza della città fatta di mattoni che ci spingeva a sconfinale nel mondo del WEB.
Con l’emergenza Covid 19 è successo ciò che non pensavamo mai potesse accadere: la città reale fatta di piazze, di luoghi d’incontro, di relazioni fisiche e di contatti umani, d’improvviso è diventata una città off-limits. Quel passaggio completo alla città digitale al quale ci avvicinavamo, ma senza tanta convinzione, è avvenuto in modo rapido senza lasciarci nemmeno il tempo di rendercene conto.
D’improvviso tutta la nostra vita con annessi e connessi, dal lavoro alla socializzazione, dallo svago alla cultura, si è proiettata nello spazio virtuale del WEB diventato l’unico luogo nel quale poter vivere. Smart working, E-commerce, E-learning e le diverse piattaforme di ogni tipo sono diventati gli unici riferimenti per poter continuare a vivere nonostante tutto.
Ci siamo abituati a vedere virtuale, e purtroppo inabitata, la nostra città vera: le nostre finestre improvvisamente si sono trasformate in monitor ed i monitor si sono trasformati in finestre attraverso cui poter continuare a relazionarci con il mondo. I due strati, quello della città fatta di bit e quello della città fatta di mattoni, si sono ribaltati costringendoci a vivere, non per pochi giorni ma per lunghi mesi, nella città digitale.
Un’ulteriore riflessione sull’emergenza Covid19 riguarda le questioni ambientali: per alcuni mesi la natura si è potuta riprendere gli spazi che l’uomo le aveva sottratto spesso con arroganza: le nostre città, icone del nostro ruolo dominante nei confronti di quella che Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato si definiva “casa comune”, non erano più spazi frequentabili dall’uomo ma dagli animali e dalle piante. Nonostante i negazionisti esprimessero pareri contrari, i dati di rilevazione delle condizioni ambientali riferite non solo all’aria ma anche delle acque, hanno dimostrato puntualmente quanto l’uomo possa incidere negativamente sull’ambiente che lo ospita.
Il Covid 19 ha lasciato dietro di sé, purtroppo, molte vittime non solo in Italia ma in tutto il pianeta, e questa globalizzazione dell’epidemia ci deve far riflettere sui nostri limiti. Qualcuno ha persino ipotizzato che questo virus altro non fosse altro che un segnale ben preciso della natura all’uomo: uno stop ad un modello di sviluppo insostenibile. Un segnale in un certo senso democratico perché ha messo in crisi tutti ed ha dimostrato come la ricchezza possa farci vivere meglio ma non ci consenta di comperare tutto: la “casa comune” non è in vendita. Al di là dell’emergenza sanitaria, peraltro non rientrata perché siamo nel bel mezzo della fase 2, ci preoccupa molto quello che potrà succedere nei prossimi mesi. Ci preoccupano gli aspetti economici ma anche quelli sociali, ci preoccupa come potrà cambiare il mondo e come potrà cambiare il nostro modello di vita. Le ipotesi sul nostro futuro sono tante, in fondo stiamo navigando in un mare di incertezze, c’è chi esulta perché vede in questa emergenza una opportunità di rilancio o comunque di cambiamento, c’è chi è preoccupato di dover cambiare o per le tante incertezze, c’è chi sta ad aspettare con un senso di disorientamento applicando la filosofia del “vivere alla giornata”. Su un solo punto, tuttavia, sono tutti d’accordo: dopo il Covid 19 niente sarà più come prima.
Una cosa comunque è certa: questa città digitale nella quale siamo stati costretti a vivere, a volte imprecando perché la comunicazione saltava a causa del sovraccarico di collegamenti, ci ha consentito di reggere il colpo, ci ha consentito di vivere. Molti di noi hanno potuto continuare a lavorare grazie allo “smart working”, tutti noi abbiamo potuto continuare a fare degli acquisti utilizzando le piattaforme E-commerce come Amazon o Ebay, abbiamo potuto visitare le biblioteche digitali scoprendo un patrimonio culturale inimmaginabile. I nostri figli hanno potuto andare a scuola o continuare a frequentare corsi universitari, e noi, anche se in modalità a distanza, abbiamo potuto socializzare con le persone a noi care.
Si è verificata, per necessità virtù, una accelerazione delle nostre competenze digitali: anche quelle persone che pensavano di non avere mai la necessità di utilizzare un tablet o un pc per comunicare infine lo hanno fatto. Dopo una primissima fase di smarrimento molti commercianti si sono organizzati facendo servizi a domicilio, sempre attraverso le piattaforme WEB.
Nel dramma generale possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che la spesso vituperata tecnologia digitale non solo ha retto ma ci ha consentito di vivere. Il concetto di Smart City quindi regge: va potenziato, va sistematizzato, va corretto magari ed adeguato ma ha funzionato.
Sono anche io tra quelli che pensano che tutto non sarà più come prima: il problema non è questo, il problema è comprendere se questo cambiamento forzato ci renderà migliori oppure no. Ci renderà migliori se riusciremo a raccogliere tutte le riflessioni nel dopo-Covid e se riusciremo ad immaginare un mondo nel quale l’uomo non sarà più arrogante nei confronti della natura perché è davvero la nostra casa comune, un patrimonio di tutta l’umanità. Ci renderà migliori se riusciremo ad immaginare una società nella quale lo spostarsi è utile ma a volte lo si può evitare, ripensando alle nostre relaziono sociali anche in ambito lavorativo. Ci renderà migliori se grazie a metodologie di insegnamento a distanza o metodologie di lavoro in remoto riusciremo ad integrare quelle in presenza, a mio parere irrinunciabili, accorciando le distanze evitando a molte persone di spostarsi lasciando il territorio di origine in maniera forzata. Ci renderà migliori se quel grande patrimonio di solidarietà che siamo stati in grado di esprimere durante l’emergenza sarà una costante del nostro stile di vita. Non mancano ovviamente le preoccupazioni, dietro al “niente sarà più come prima” ci sono i lati oscuri del cambiamento, ci sono le possibili speculazioni, c’è il lavoro smart che non potrebbe essere proprio così smart e c’è la preoccupazione economica di un Paese come l’Italia non particolarmente virtuoso. Ma ci siamo noi, c’è la nostra umanità, c’è la nostra capacità di non ripetere altri sbagli e c’è quel senso di comunità fatto di incontri fisici che ci è mancato e che ci ha fatto tanto desiderare di rincontrarci e di ripartire. Nella nostra rivista, a partire da questo numero, parleremo del dopo-Covid, di come cambieranno i nostri spazi, di residenza e di lavoro, di come ci muoveremo e socializzeremo, di come cambieranno i nostri quartieri e le nostre città. La Smart City comunque ha retto lo stress-test e ci ha consentito di resistere in un momento particolare e questo non è poco.